Una campagna di Chiara Borzacchiello
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Ci sono storie che ti restano dentro per anni finché non trovi il coraggio di raccontarle.
Realizzare un film indipendente oggi significa affidarsi soprattutto alle persone. A chi crede che l'espressione artistica abbia ancora un valore. A chi decide di sostenere un'idea prima ancora che diventi un'immagine.
Mi sono chiesta cosa succede quando una persona smette di vivere e inizia semplicemente a ripetere i propri giorni. Uno dopo l'altro, tutti uguali. E cosa può accadere se, proprio quando tutto sembra immobile, qualcosa o qualcuno ci costringe a guardarci dentro.
Questo è un film di incontri improbabili, di silenzi e di ironia, di quella sottile malinconia che ci accompagna quando ci iniziamo a chiedere se la vita che viviamo è quella che avremmo voluto. È un racconto di persone che incontriamo ogni giorno senza accorgercene. Quelle che si siedono sempre allo stesso tavolo del bar, percorrono sempre la stessa strada, fanno sempre le stesse cose. Persone come noi, no?
Non prometto un film perfetto. Ma un film fatto con onestà. Con cura. Con il tempo che meritano le cose in cui si crede davvero.
I fondi raccolti serviranno interamente a finanziare la realizzazione del film.
Se vorrai sostenerci, entrerai a far parte di questo viaggio. Se non potrai farlo, condividere questa campagna è già un gesto enorme.
Grazie per essere arrivato fin qui. Ci vediamo al bar di Claudio.
Kiki
Antonio è l’autista di un carro funebre in un piccolo paese dove tutto scorre sempre uguale. Il bar di Claudio, gli stessi volti, gli stessi discorsi. Una vita ereditata da suo padre e mai davvero scelta.
Un giorno Antonio carica una bara e parte. All’improvviso, una voce rompe il silenzio.
Il viaggio prende una direzione inaspettata e Antonio si ritrova costretto a confrontarsi con tutto ciò che ha sempre evitato: i suoi desideri, le sue paure, la vita che non ha mai avuto il coraggio di scegliere. Kilometro dopo kilometro, tra ironia, confessioni e silenzi, qualcosa dentro di lui comincia a cambiare.
Perché a volte basta un viaggio fuori strada per capire quanto ci siamo allontanati da noi stessi.
Il Bar di Claudio è un corto che racconta, con tono grottesco e intimo, la storia di un uomo che vive in una condizione di immobilità emotiva e che viene costretto, attraverso un evento surreale, a confrontarsi con la possibilità di cambiare.
Al centro c’è Antonio, un autista di carro funebre intrappolato nella routine. Il bar di Claudio, più che una location, rappresenta la sua comfort zone: un luogo protetto ma paralizzante. Antonio non ha mai preso decisioni reali sulla propria vita; si è semplicemente lasciato trasportare dagli eventi, fino a confondersi con la monotonia del Paese in cui vive.
Il corto esplora questo stato con uno sguardo sobrio, controllato e realistico, introducendo però un elemento di rottura: la salma che parla. È la prima volta che Antonio si trova a confrontarsi con qualcosa di così insolito. La morte, attraverso quella voce, diventa uno strumento narrativo che permette di affrontare temi profondi senza mai perdere un tono leggero e ironico.
La salma non è un espediente comico, ma una presenza lucida e diretta che mette Antonio di fronte a ciò che evita da anni.
Il viaggio in carro funebre, da compito ordinario, si trasforma nel primo vero movimento nella vita del protagonista.
Il Paese ha un ruolo fondamentale. Non è solo ambientazione: è la metafora della stasi, dell’abitudine, della vita “in pausa”. È un microcosmo che appare rassicurante ma che, di fatto, rappresenta il vero antagonista della storia. L’allontanamento fisico dal Paese corrisponde al primo passo di Antonio fuori dalla sua immobilità.
L’obiettivo è costruire un racconto semplice ma significativo, capace di restituire un senso di verità nei personaggi e allo stesso tempo di sorprendere lo spettatore con un dialogo impossibile che diventa motore dell’arco narrativo. Il film vuole parlare di ciò che trattiene, di ciò che fa paura e della possibilità, anche minima, di cambiare rotta.
Il Bar di Claudio è un progetto che mette al centro l’umanità dei personaggi e un’idea: a volte basta un imprevisto fuori dal reale, per rimettere in moto una vita intera.
Dal punto di vista estetico, il corto adotta una palette con toni freddi ed invernali, una fotografia che restituisce la sensazione di fissità nel tempo e nello spazio.
L’ambientazione è un paesaggio che sfida l’immaginario idilliaco della campagna italiana. Qui i colori non esplodono: sbiadiscono, invecchiano, così come il tempo della vita di Antonio.
La caratterizzazione grottesca dei personaggi e il tono dark si ispirano al mondo burtoniano.
I luoghi e volti sono caricaturali, un surrealismo naturale e quotidiano, una morte familiare, ironica, non eccezionale né distante.
Un contrasto forte viene dalla scelta di una Soundtrack che richiama sonorità latino americane, vitale e colorata.
Il Bar di Claudio è un piccolo racconto che parla di persone comuni e di quei momenti in cui la vita ci sorprende, anche nelle giornate più ordinarie.
Con semplicità e un tocco di surreale, il corto prova a raccontare la paura di cambiare e la forza che possiamo trovare nei gesti minimi, negli incontri inaspettati.
È una storia che non pretende di dare risposte, ma che invita a guardare con più attenzione ciò che ci tiene fermi… e ciò che, a volte, ci aiuta a ripartire.”
Il Bar di Claudio è un film sul cambiamento tardivo, sulla necessità di rischiare per non restare imprigionati in ciò che è familiare ma sterile.
È un racconto sull’immobilità e sulla spinta gentile ma inesorabile verso la vita.
È la storia di un uomo che, per la prima volta, si mette al volante della propria esistenza.
Mi chiamo Chiara Borzacchiello e il cinema è sempre stato il linguaggio attraverso cui ho scelto di osservare e raccontare il mondo.
Sono cresciuta a Napoli, una città che ti permette di trovare storie in ogni angolo di strada. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione e gli studi in regia e montaggio, ho scelto di imparare il mestiere sul campo, vivendo il set in ogni sua sfumatura e osservando da vicino il lavoro di registi, attori e troupe.
Ho lavorato come aiuto regia e nell’organizzazione della produzione in numerosi progetti cinematografici e televisivi, ma è come segretaria di edizione che negli ultimi 15 anni ho costruito il mio percorso professionale. Ogni set mi ha insegnato qualcosa: il valore dell’ascolto, della collaborazione e della cura per ogni dettaglio.
Oggi, però, sento il bisogno di fare un passo in più. Dopo aver contribuito a realizzare le storie degli altri, vorrei dare voce alle mie. Mi affascinano i personaggi imperfetti, quelli che sembrano ordinari ma custodiscono un universo interiore sorprendente. Credo in un cinema che sappia emozionare senza artifici, capace di mescolare ironia, malinconia e poesia, e di lasciare nello spettatore qualcosa che continui a vivere anche dopo i titoli di coda.









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