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Il ring degli angeli, 16 racconti e una fiaba

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stefano paolo giussani

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16 racconti e una fiaba

Il ring degli angeli, 16 racconti e una fiaba

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  • Raised € 1,557.00
  • Sponsors 80
  • Expiring in Terminato
  • Type Keep it all  
  • Category Books and publishing

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stefano paolo giussani

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The project

Lo confesso: a me il modo in cui manifestano le sentinelle in piedi piace. Schierarsi in silenzio e manifestare la propria idea con un libro in mano è molto più provocatorio che urlare da un corteo. E mi disturba non avete idea quanto che lo facciano loro. Però c'è una contromisura che attacca la (in)coerenza delle sentinelle. Manifesti con un libro? E io te ne dò uno!

Il 17 maggio di ogni anno ricorre la Giornata contro l'omofobia. Voglio tentare un'operazione insolita: raccogliere un gruppo di amici che credono nel potere della parola, rispolverare alcuni racconti a tema scritti in passato, pubblicarli (anche) con il sostegno del gruppo, riportare tutti i nomi dei sostenitori in una pagina e recapitare personalmente due copie a Giovanardi ed Alfano. Ah, e presentarmi a qualche raduno di sentinelle col risultato della stampa, naturalmente :-)

Dicono che in Italia sia difficile pubblicare dei racconti. Dicono anche che in Italia sia difficile pubblicare storie gay. Le sfide mi piacciono: ho raccolto 16 racconti e ho aggiunto una fiaba. Alcuni hanno qualche anno, qualcuna è più recente, la fiaba è del Natale 2014 ed è stata scritta con due bambini di 10 e 7 anni che non hanno distinto il termine amore in base al sesso. Sono storie che hanno girato l'Italia per i contenuti, hanno girato l'Italia anche in concorsi e rassegne, hanno girato perfino mentre le scrivevo, quando arrivando in un luogo iniziavo ad annotare quello che respiravo intorno. C'è un po' di western e un po' di medioevo. C'è la montagna e c'è la città. Ci sono storie basate su fatti veri e storie inventate.

Spero ci sia, in chiunque le condivida, la soddisfazione della scoperta e della curiosità. Spero ci sia anche la forza di accettare la scommessa. L'omofobia si può battere, anche così. Magari un racconto riesce ad assestare un colpo più forte di un pugno e cambiare una persona. Facciamo la nostra parte, facciamola con un libro.

Qui un'anticipazione.

Silenzio bianco. Silenzio Nero.

(2010)

Le montagne reggevano silenziose il cielo sopra la valle che non era ancora abbastanza fredda per conservare la neve. Su in alto, invece, ne era caduta talmente tanta che, quando il sole scaldava, dopo un po’ vedevi una cima scrollarsela di dosso alzando una nube di polvere bianca. Allora sentivi il profumo del fresco fino giù alle case.

Introbio era adagiata sul torrente, appena dopo la piega che la Valsassina usa per abbracciare i monti gemelli e correre a buttarsi verso il lago. Nelle sue valli più nascoste l’inverno cominciava presto e durava tanto. Come nella conca di Biandino. Non vedevi la fine del solco tra le montagne. Dovevi andarci apposta, camminare a lungo prima su un traverso, poi oltrepassare una gola e solo dopo arrivavi su.

Se succedeva qualcosa oltre quella forra lo scoprivi solo quando le voci per raccontarlo erano scese a valle.

E qualcosa era successo quel dicembre. Ma non c’era nessuno che era potuto scendere a dirlo. Le miniere erano quasi tutte vuote perché i giorni di buon tempo avevano incoraggiato ad andar giù a far provviste.

Un sordo boato aveva spazzato una parete e cancellato i segni delle gallerie che avresti visto solo qualche  giorno prima.

Erano rimasti su in due. Sepolti nel nulla. Avvolti in un’assenza totale di rumore e di luce. Quando succedeva, ed era già successo, ti rendevi conto che non erano silenzio e buio, ma la tua mente che non aveva più orecchie e occhi su cui contare.

Loro erano su da un’ora, un giorno o una settimana. Avevano perso la cognizione del tempo. Perfino le parole rimanevano sospese. Ferme dove erano appena state pronunciate.

Hai sentito?

Cosa?

Un rumore... Da fuori… Forse ci stanno cercando.

Forse.

Sanno che siamo senza cibo e luci … non ci lasceranno morire.

Certo che no, aveva risposto mentre ricordava che solo due anni prima la valanga nella valle vicina si era portata giù anche un pezzo di montagna. E ogni traccia dell’ingresso della miniera. Quando avevano iniziato a scavare, avevano di fronte un muro di ghiaccio e roccia e servì un mese per raggiungere l’imbocco della galleria.

Quello sotto terra era un lavoro duro ma almeno era un lavoro. Non diventavi ricco ma ti pagava quando era inverno e non c’era niente altro da fare in paese. E se trovavi la vena giusta riuscivi anche a metter via qualche soldo.

Nessuno ricordava da quanto si lavorava lassù. Chi diceva che si era sempre scavato, chi raccontava che già nell’antichità arrivavano da lontano per il minerale, chi sosteneva che finché ci sarebbero state le montagne avrebbero avuto di che campare. E che erano una benedizione del Signore. Ma se ci lavoravi sapevi che era un anticipo dell’inferno. Tutti ti riconoscevano per le mani callose che dopo qualche mese non si spaccavano più, i polmoni che quando tossivi sul fazzoletto ti lasciavano l’impronta nera, la schiena che curvavi quasi fino a spezzarla per caricarti il ferro. La vampata davanti al forno dove rovesciavi il minerale la sentivi sulla pelle della faccia come se ti avessero buttato addosso un panno che bruciava. E non potevi togliertelo. Poi imparavi ad andare con i muli e imparavi che se i muli decidevano di fermarsi non c’è bastone, calcio o bestemmia che potesse farli ripartire.

Nel pieno dell’inverno lavoravi senza scendere se non quando le riserve iniziavano a scarseggiare. Loro due erano su assieme ormai da tre settimane. Rimanevano per sorvegliare la miniera e gli attrezzi.

Era all’inizio dell’autunno che dovevi far bene i conti. Sapevi che per i sei mesi successivi ogni sacco portato ti sarebbe costato il triplo della fatica. Perfino i morti li tenevi su, nella neve, fino a primavera. Quell’anno se n’erano accoppati due. Sotto un crollo improvviso. Chissà se ora erano ancora sepolti là fuori dove i compagni avevano scavato la buca e detto una preghiera. La valanga non poteva averli uccisi una seconda volta. Erano diventati sentinelle. Spiriti protettori che vegliavano le notti battute dal vento ghiacciato che se ti prendeva ti segava la faccia. Ma non li avevano protetti da quella ghigliottina di neve.

Era la prima stagione del giovane. Quando aveva saputo che l’amico avrebbe iniziato a lavorare nella montagna aveva chiesto di seguirlo, ma aveva braccia troppo leggere per impugnare pala e piccone, spalle gracili per spingere il carrello e gambe ancora immature per reggere il minerale. Quindi era rimasto in paese. A scuola e in stalla. Ancora chissà per quanto. Ma non gli andava bene.

Così un dicembre decise che da quel momento la sua infanzia era finita e si accodò agli uomini che ben prima dell’alba si erano incamminati per la mulattiera. La cascata era ridotta a una pisciata che graffiava solitaria l’aria del bosco. Le lanterne ondeggiavano punteggiando le sagome in lenta salita verso la gola. Non le avresti dette persone ma demoni ingobbiti dalle spalle gonfie di sacchi. Le ombre si allungavano tra i tronchi scheletrici spazzando la luce fioca sulle foglie morte del sottobosco.

Il compagno si stupì di vederlo arrivare ma sapeva che stare in paese era inutile.

Non dovevi salire.

Sono qui con te… mi basta.

Moriremo.

No... se succederà sarò morto con chi ho voluto.

Sei matto.

Si… di te.

Il giovane ricordava l’arrivo al limite del bosco con la carovana. Era una giornata limpida. La gola era la porta per passare dalle rocce intorno al fondovalle ai pascoli delle conche più a monte. Dai toni del marrone autunnale affamato di neve al regno del freddo con tanti colori, tutti bianchi. Nell’alba dell’alta valle c’era il brillare dei cristalli ghiacciati, il riverbero accecante del pendio assolato, il riflesso tenue della pendenza lontana che non abbagliava, il tono spento della parete in ombra.

Era ancor più impressionato da come tutto fosse sospeso in un silenzio cadenzato solo dai loro passi nella neve morbida.

Il bianco era davvero un colore senza rumore, pensava notando come la muta quiete sommergeva palizzate e baite. Rimanevano fuori la punta della chiesa nel centro della piana e la cima della montagna che la sovrastava. La stessa forma con due stature diverse. La miniera era a metà strada tra la croce sul tetto e la vetta. Non stava nella pelle per riabbracciare l’amico e avrebbe voluto correre. Ma ogni passo gli costava una fatica enorme. Non mancava ormai molto ma la neve fresca inghiottiva gli scarponi. Da quel momento era certo che non lo avrebbero più mandato indietro.

Avrai una donna un giorno?

Non lo so... forse.

Mi piacerebbe continuare a stare assieme.

Ci staremo, assieme, noi due.

Si girarono come per guardarsi e anche immersi nel buio si videro con gli occhi pieni di speranza dei discorsi in paese. Qualche stagione e poi avrebbero avuto soldi abbastanza per l’America. Se ne sarebbero andati. Uno a fianco all’altro.

Nel ventre della montagna le parole continuavano a scivolare sospese a un filo tra le loro bocche. Finito di scorrere, il filo rimaneva. Immobile fra i due capi nello spazio ovattato senza dimensioni. Anche quello era il silenzio. Un silenzio pesante, avvolgente, nero come i tronchi bruciati. Distante una vita da quello bianco e leggero, rimasto chiuso fuori.

Erano vicini, il giovane accovacciato al fianco del compagno. Appoggiandosi con la guancia sentiva il suo corpo e la forza dei muscoli dentro. Ne respirava il calore e gli piaceva. Qualcosa gli suggeriva anche il battito del cuore, ma forse era solo immaginazione.

Avvertì il braccio alzarsi e passare attorno al suo collo stringendolo mentre con l’altra mano gli toccava i capelli. Erano folti e  scuri e in quel momento voleva stargli vicino come un gattino che faceva le fusa.

Anch’io.

Cosa anche tu?

Anch’io mi trovo bene quando sto con te si sentì dire mentre le grosse dita carnose si infilavano tra le ciocche morbide come l’aratro nella terra bagnata.

Sapevano entrambi che se qualcuno li avesse ascoltati li avrebbe detti matti o malati. Ma il buio della galleria non aveva orecchie. Il silenzio della miniera era fedele. Un nemico, ma fedele.

Il più grande gli baciò la testa e quando fece per ripetere il gesto si accorse che il ragazzo aveva alzato la faccia e il loro fiato si fondeva in un unico respiro.

Fu lì che le loro labbra si incontrarono. E in silenzio stettero bene fino ad addormentarsi. 

Comments (9)

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  • af
    anna Bravi! Sostengo! :)
    • avatar
      Luca Ciao
      • AC
        Angelo Una grande iniziativa che sostengo con piacere :)
        • AP
          Alessandro Partecipo con molto piacere!
          • RB
            Rita Sono felice di partecipare a questo progetto :o)
            • LI
              Lorenzo Bellissima iniziativa! A tal proposito mi viene in mente questa bellissima poesia di Brecht, da recitare almeno una volta al giorno in questo periodo. Per non abbassare mai la guardia. "Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare."
              • avatar
                Sebastiano Grande iniziativa, sicuramente da sostenere :-)
                • Ap
                  Alessio Le buone cause vanno sostenute!!
                  • CB
                    Cristiano Bellissima iniziativa d

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