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Tu che mangi il gelato

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Anna Adornato

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Tu che mangi il gelato

Campaign ended
  • Raised € 2,000.00
  • Sponsors 36
  • Expiring in Terminato
  • Type Make a pledge  
  • Category Books and publishing

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The project

Tu che mangi il gelato è una tragicommedia ipocalorica, un viaggio a cavallo dei polisaccaridi tra le tappe meno battute delle proprie fragilità o un morbido scivolamento in un linguaggio delizioso, originale, di straordinaria freschezza. O le tre cose insieme. L’autrice parla a se stessa, ai personaggi che incontra, ai chili che vanno e che vengono tracciando una linea che parte dalla bilancia e tocca lo specchio, i vestiti, le scarpe, gli aperitivi, gli incontri più o meno amorosi, sempre opponendo al peso che incombe la leggerezza della propria ironia. La storia attraversa le giornate di una persona in sovrappeso - che è stata in sovrappeso o che si sente in sovrappeso, non importa - alla ricerca quotidiana della felicità. Man mano che si avanza nella lettura le calorie, gli abiti che non entrano più o la vita vista dalla prospettiva bassa della bilancia sotto i piedi lasciano il posto ad episodi esilaranti, alle strategie di sopravvivenza, all’incalzare dei dialoghi. Si finisce così per snellire i propri stati d’animo, per voler bene al personaggio e morire di curiosità per come riesce a risolvere vicende a volte intricate a volte di una linearità disarmante, senza mai sbracare nel risibile, nell’autocommiserazione, nel banale. La vera forza del romanzo sta infatti nella capacità innata dell'autrice di mantenersi alta sull’orlo degli eventi per raffreddare la temperatura del vissuto personale senza mai congelare l’empatia con il lettore, conservando sempre una scrittura disinvolta e in equilibrio tra il colloquiale e la divertita poesia. E’ questa la ricetta per rendere universale la propria condizione privata. Ritrovarsi in Tu che mangi il gelato viene naturale e facile e non c’entra nulla quanto il lettore tema i grassi in eccesso. Il peso è un pretesto per denudare vere o presunte inadeguatezze e trovare il proprio posto fermo nel mondo. E la vivace alternanza tra caldo e freddo, tra accettazione e rifiuto, tra levità e consistenza pone il lettore tra qualcosa di simile a un gelato fritto alla vaniglia e un pezzo di geniale, sorprendente letteratura.


Anna Adornato

Nata a metà degli anni ottanta alle postreme latitudini d’Italia, ha ricevuto qui un’istruzione modesta e approssimativa,  per evitare di far trasparire la quale e sfigurare in società ha ovviato imparando a memoria i nomi delle capitali e inserendo Proust nei discorsi.  Trasferita a Roma per riparare a lacune e altri disastri - oltre che darsi un tono coi parenti - non tocca più carboidrati dal 1999 (data in cui si portavano ancora le gonne a vita bassa), almeno non in presenza di un pubblico adulto e in grado di documentarlo. Riuscito esempio di provincialismo e smania di redenzione borghese, sogna un giorno le venga dedicata una targa, una strada, o anche una piazzola di sosta all’autogrill o una statua equestre, preferibilmente da viva e prima dell’improcrastinabile crollo metabolico. Pensa inoltre che la vita con addosso un paio di scarpe da tennis e un sacchetto di marshmallow siano il massimo della felicità, peccato non potrà favorirne finché non avrà trovato marito.

Leggi il primo capitolo

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