info Saggio di 200 pagine, 14x21 cm. Copertina: carta patinata 350 gr + plastificazione opaca - Interno: carta riciclata totalmente 90/110 gr - Allestimento: brossura logistics info Dopo 30-50 giorni dalla chiusura del progetto il libro verrà stampato e spedito a casa di chi ha acquistato le copie payments details Accredito su bancoposta n° carta: 4023 6004 5150 0278, oppure tramite bonifico a Marco Saverio Loperfido Iban: IT71S0760103200000027015023
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Il libro che vi propongo è un saggio frutto di tre anni di ricerca universitaria per un dottorato in Sociologia e Servizio Sociale all'università RomaTre. Di cosa parla Il saggio?
Ecco una presentazione della tematica:
Abbiamo chiuso a chiave, nel dimenticatoio della nostra società, sia la morte che i migranti.
Il dimenticatoio infatti è un luogo immaginario dove vengono messe le cose che non vogliamo vedere. Le cose scomode e fastidiose. Una specie di sgabuzzino invisibile che racchiude speranze perdute, illusioni svanite, ma anche mostri della mente e fatti traumatici. Forse quelle cose che più ci fanno male e ci tormentano. Ma è possibile parlare di dimenticatoi e quindi di rimozioni anche per un'intera cultura? Per una società nel suo insieme?
Nella nostra società c'è un primo grande "rimosso" ed lo status di "persona" del migrante. Colui che migra, specialmente colui che migra da paesi più poveri, magari non occidentali, con una cultura e perché no un colore della pelle diverso, non è a tutti gli effetti una persona come gli altri, ma qualcosa come uno scomodo extra, pura forza-lavoro senza diritti, un clandestino da respingere il prima possibile, un invasore irregolare. Insomma in poche ma sintetiche parole: una non-persona. Il continuo e ininterrotto discutere a destra e sinistra della questione immigrazione porta inevitabilmente a nascondere, dietro nuove metafore, neologismi e quant'altro, il fatto semplice ed evidente che, al di là delle concettualizzazioni e delle classificazioni in base a paese di provenienza, cultura e formazione sociale, prima di tutto il migrante è una persona e come tale è portatore di diritti e di doveri. Di questi difficilmente si parla e si discute, persi come siamo a voler a tutti i costi capire se i migranti sono un fattore di crescita e di possibilità (non soltanto economiche) o un fattore di destabilizzazione e di rischio. Inoltre la nostra incapacità di governare i flussi sempre crescenti di persone straniere, di inquadrarle istituzionalmente e di dare loro delle risposte di vita soddisfacenti affinché crescano stabilmente nel nostro paese, non fa altro che aumentare il rischio di fraintendimento su chi sia realmente il migrante (cioè semplicemente una persona), alimentando il pregiudizio e la separazione, sfavorendo dunque la coesione sociale. I diritti e i doveri, dietro a questa complessità, perdono di centralità, vengono appunto scordati, messi da parte, "rimossi".
Il secondo grande rimosso è la "morte". Padrona incontrastata della mente degli uomini dei secoli passati, oggi è ridotta a fantasma di se stessa. Mette ancora paura, questo si, anzi angoscia, ma solo quando è arrivato il fatidico momento del trapasso, cioè solo quando gli uomini debbono farci i conti sul serio, ovvero in vecchiaia o quando si è morenti. La morte però, così intesa, non ha più quel ruolo di strutturazione del reale che prima possedeva, non riesce più a cambiare gli uomini in virtù di se stessa, e quando ci prova è ormai troppo tardi. La morte rimane sullo sfondo come un ronzio fastidioso, come una mosca che ogni tanto ci dà noia, ma che non riusciamo a far uscire definitamente da casa. Non ci sarebbe nulla di male, intendiamoci, se non che la riflessione sulla morte, in primis, non è soltanto un'apportatrice di negatività e basta, bensì anche di possibili rinascite e risorgimenti. In secondo luogo c'è la constatazione che la morte arriverà, questo è inevitabile, e non parlarne, non farci i conti, rimuoverla totalmente dalle scene, comporta fenomeni di defamiliarizzazione, informalizzazione, igienizzazione e desocializzazione, che a loro volta in maniera sinergica ed esponenziale, rendono l'uomo di oggi molto più fragile, isolato e disperato. Ogni possibile via per l'affermazione di un qualsivoglia tipo di immortalità è stata tentata ed ha dimostrato, almeno agli occhi dell'uomo occidentale, la sua natura di illusione. Dunque la morte è un inquilino scomodo, che spaventa soltanto e che ha smesso di sollecitare positivamente la nostra creatività. Essa viene rimossa, lasciata nel dimenticatoio, obliata.
C'è poi una terza dimenticanza in questo ipotetico sgabuzzino delle cose rimosse della nostra società, che non ci stupisce affatto che ci sia. Essa infatti è semplicemente l'unione delle due rimozioni di cui ho parlato fin'ora, ovvero i migranti e la morte. Più precisamente la terza dimenticanza è la «morte dei migranti». Ma se i due termini che la compongono, cioè il migrante e la morte, sono dimenticati, in un certo senso, semplicemente e direttamente, la «morte dei migranti», è rimossa in una maniera amplificata e maggiorata, se non altro perché è l'unione di due rimozioni e quindi una rimozione all'ennesima potenza. E' come se essa occupasse un luogo nascosto ed invisibile dello sgabuzzino dove si trovano le cose dimenticate. Continuando con la metafora potremmo sostenere che la morte dei migranti si trova in un cassetto dimenticato dello stesso dimenticatoio.
Affrontare la morte dei migranti è discorso articolato. Thomas sostiene che la morte è "al plurale", non solo perché essa è culturalmente e storicamente declinata, ma anche perché di essa si può parlare in molte e diversificate maniere. Per esempio un migrante potrà subire una perdita in Italia o nel paese di accoglienza; potrà pensare alla propria morte all’estero o a quella dei propri cari all’estero o in Italia. Potrà preoccuparsi di ritornare in patria prima di morire o di morire in Italia. Tali pensieri si caricano di profondi significati culturali e psicologici. La volontà di rimpatriare la salma per esempio è indice di una percezione identitaria forte, mentre essere sepolto in Italia testimonia la volontà di radicarsi altrove rispetto al suolo natìo. Essere sepolti nella terra d’origine d’altronde non è obbligatorio o ortodosso, ma si carica simbolicamente di significati ed è per questo che ha un’importanza sociale. I cinesi dicono: “Luo ye gui gen”, che significa “Non è bene che la foglia cada lontano dalle radici”. Da un punto di vista antropologico poi, la filiazione post-mortem determina l’appartenenza definitiva ad una comunità. La sepoltura in esilio è quindi l’elemento che minaccia questa filiazione, perché è sufficiente che un discendente scelga un luogo di sepoltura diverso da quello degli antenati per far sì che la patrilinearità venga rotta. Sono dunque proprio i giovani immigrati ad avere, a loro insaputa, una responsabilità di rottura o meno con la terra natale attraverso la scelta di una inumazione o il mantenimento del ritorno delle salme verso il santuario di origine. Da questo punto di vista i migranti subiscono una serie di difficoltà aggiuntive rispetto a chi migrante non è, come l’ansia di morire all’estero che si intreccia con il “mito del ritorno”, l’ansia di non riuscire a tornare in tempo per i funerali di un congiunto deceduto, la burocrazia e il costo del rimpatrio della salma, la paura di non riuscire a compiere i rituali secondo la propria tradizione funebre. Il corteo funebre per esempio, ben lungi dall’essere solo una manifestazione vuota e formale, è anche un modo di ripossedere gli spazi della vita quotidiana unificandoli, cercando in essi la protezione divina, sociale e consuetudinaria.
La società italiana di oggi deve far i conti con i migranti e la loro presenza. Si deve quindi occupare della loro morte non solo perché questo sarebbe in linea con i presupposti democratici da cui trae identità, ma che, a tutt’oggi, vede realizzati solo nei cieli astratti delle idee, ma anche soltanto per poter durare nel tempo ed essere stabile il più possibile. La morte infatti, simbolicamente, racchiude in sé molti aspetti del reale e tramite essa è possibile operare a più livelli, rimarginando ferite, lacune, unendo uomini e gruppi. In questo senso «collocare» la morte del migrante è un imperativo indifferibile e primario. E’ in questo senso che la sua istituzionalizzazione rende più stabile la società.
D'altra parte l’uomo è quell’animale che seppellisce i propri morti, sostiene Thomas e da ciò ne consegue che dimenticarsi della morte dei migranti diventa la traccia della dimenticanza della nostra stessa umanità. Gli uomini sono tutti differenti, ma uguali di fronte alla morte, ed è forse solo grazie a questa esperienza che potremmo ridefinirci come appartenenti ad un'unica comunità, sentirci uguali pur nella differenza.